Quale Europa? Prospettive di sviluppo e integrazione

Riassunto della conferenza del 25 Gennaio 2018 a cura dei Circoli Culturali Giovanni Paolo II e UCID sez. Milano

I Circoli Culturali Giovanni Paolo II in collaborazione con UCID (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti), sezione di Milano, hanno organizzato una conferenza per parlare di Europa in un periodo storico in cui a tratti soffiano venti populistici di disgregazione. Quale nuovo assetto stanno cercando di definire i capi di governo per il futuro?

Il Dott. Lorenzo Bini Smaghi, Presidente di Société Générale e di Italgas, ha illustrato i suoi punti di vista alla luce anche della sua esperienza presso le Istituzioni Europee.

Ha moderato il giornalista Marco Girardo, caporedattore della redazione economica di Avvenire.

Dopo un anno difficile nel 2016 in cui abbiamo visto l’elezione di Trump, la Brexit e in generale programmi elettorali fondati su idee di isolazionismo e disgregazione, usciamo invece dal 2017 con sensazioni meno drammatiche e prospettive di risposte ai populismi e protezionismi. Nei prossimi mesi vedremo se questa tendenza si confermerà.

Rispetto a qualche mese fa i nostri politici, in vista delle elezioni, non parlano più di referendum sull’euro, ma piuttosto di rispetto delle regole europee: è evidente che in base ai loro sondaggi per le prossime elezioni conviene ancora parlare bene dell’Europa. Infatti i mercati finanziari sono tranquilli di fronte a queste elezioni. Recentemente il Financial Times ha detto che la preoccupazione per l’Europa non è più l’Italia, ma la Polonia.Tuttavia la situazione è complessa nei vari paesi europei, lo vediamo per esempio dal fatto che in Olanda e in Germania ci sono difficoltà a formare un governo: il populismo ha avuto una battuta d’arresto, ma ancora non c’è una vera risposta da parte dell’Europa, forse anche perché in questo momento l’economia va bene. Ma i fattori di fondo che hanno alimentato i populismi rimangono e rischiano di riaccendersi. Ci sono cause di lungo periodo, come per esempio il disagio sociale dovuto a fattori economici e di sicurezza, che rimane anche quando l’economia è in buona salute.

Abbiamo davanti anni complessi. I fattori principali che influenzano questa situazione sono:

  • la demografia, che non sappiamo bene in quale modo incida. Il rischio di povertà dal 2005 è diminuito per gli ultra 65enni, mentre è molto aumentato per i giovani tra i 18 e i 25 anni.  Non è più un problema solo di fasce sociali, ma anche di fasce di età. Inoltre, gli elettori più anziani sono sempre più numerosi e sono anche quelli che stanno relativamente meglio, di conseguenza diventa sempre più difficile fare delle riforme a favore dei giovani, e questo problema si accentuerà sempre di più nei prossimi anni e aumenteranno le diseguaglianze.
  • La tecnologia: chi riesce a stare al passo con i cambiamenti e ad adattarsi riesce a migliorare la propria posizione nella società, chi non riesce rimane indietro. Questo compensa in parte il fattore demografico, ma non sempre.
  • La globalizzazione che riduce le distanze, per cui adesso i giovani si devono misurare con una concorrenza che viene dall’altra parte del globo.
  • Il fattore politico: la capacità di una società di cambiare la classe dirigente per far fronte a queste sfide. I populismi emergono dalla combinazione di questi fattori e la difficoltà della classe politica di affrontarli porta alla sfiducia nei loro confronti.

Le nostre società invecchiate hanno paura del cambiamento e abbiamo ancora gli stessi politici di 20 anni fa! Il populismo non è una novità, ma è diventato più forte per l’incapacità di chi ha governato ultimamente di affrontare questi problemi, e per la facilità con cui si possono diffondere messaggi brevi nella società: gli insulti hanno più impatto di un articolo. I mezzi di comunicazione hanno perso la loro efficacia e importanza, non prendono più posizioni, per cui i lettori non sanno più come orientarsi e ascoltano più facilmente messaggi corti e semplici.

In Italia abbiamo un terreno fertile per i populismi dovuto al fatto che i politici non si prendono le loro responsabilità. Chi perde le elezioni trova capri espiatori, scarica le colpe sugli altri e si ripresenta poi alle elezioni successive come se niente fosse, mentre negli alti paesi questo non succede. Si creano così movimenti che portano a pensare che l’unica alternativa è rappresentata da soluzioni semplici anche se estreme, come per esempio l’uscita dall’Euro. Sono problemi di fondo che rimarranno se non riusciamo a selezionare meglio la classe dirigente.

Se i populismi arrivano al potere, si possono creare le condizioni per un modo di pensare nella società che è molto difficile da sradicare.Ci troviamo 100 anni dopo ad avere la stessa situazione di crisi e guerra commerciale del 1929. Avendo già avuto quell’esperienza dovremmo avere maggiore capacità di reazione, tuttavia adesso il mondo è molto più complesso, richiede una risposta forte che solo l’Europa unita potrà dare, i singoli paesi non ce la fanno da soli. Ci si confronterà a grandi blocchi, con la Cina e l’India, per cui si è più forti se si rimane uniti. Però è difficile per tanti paesi diversi trovare accordi, compromessi e fiducia reciproca. Vi è in Europa una situazione complessa in cui i singoli governi cercano di mantenere i poteri a livello nazionale e accettano di fare compromessi solo quando c’è una crisi. Un esempio di questo è il sistema di vigilanza sul sistema bancario: gli Stati membri hanno accettato di creare un’istituzione a questo scopo soltanto in seguito alla crisi del 2012. Il processo di integrazione sarà lento, in fondo negli Stati Uniti ci sono arrivati dopo 150 anni!

La scommessa di Macron, della Merkel e un po’ anche dell’Italia, è quella di fare passi avanti verso una maggiore integrazione politica anche in tempi non di crisi. Ci sono due problemi principali da superare: quello economico (bisogna evitare un’altra crisi), e quello dell’immigrazione che crea tensione tra gli Stati. Inoltre, sarà importante la capacità di portare avanti valori a livello globale: per la prima volta in questi tempi l’Europa si trova ad affrontare il problema che uno dei propri paesi più importanti ha adottato leggi che sono al limite della democrazia (Polonia). Se la Russia non fosse così aggressiva nelle sue politiche, l’Europa rischierebbe lo sgretolamento.

È paradossale che sia il timore dell’aggressione russa a tenere insieme l’Europa.Viviamo in un continente in cui c’è un surplus commerciale, il Nord risparmia troppo al contrario del Sud che invece chiede prestiti al Nord per consumare, non per investire. Questo ha portato alla crisi, per cui il Nord ha paura di investire al Sud, perché rischierebbe di investire in un paese che poi magari esce dall’Euro.

Ci vogliono riforme per ripulire i sistemi finanziari del Sud e per le pensioni. I cittadini poco sicuri sulla pensione risparmiano. È una trappola come quella degli anni 20: ci vuole un’operazione di fiducia e investimenti pubblici per rilanciare l’economia. In Italia ciò è stato fatto in parte, ma non basta. Il problema Italiano è quello di aumentare gli investimenti senza gravare sul debito pubblico. Allora si parla di ristrutturazione del debito e di default, con la conseguenza che si perde ancora fiducia nello stato e si risparmia ancora di più. Questo porta alla recessione.

L’Italia si sta giocando la fiducia nella sua capacità di ridurre il debito. Noi siamo arrivati all’ingresso nell’Euro con un PIL del 120% che piano piano è poi sceso al 105%, dopo la crisi del 2012 è tornato al 120% circa e ora siamo al 130% nonostante tre-quattro anni di ripresa. Se dovessimo avere un altro rallentamento il debito potrebbe scattare oltre il 140%. I mercati finanziari (cioè i risparmiatori) accetteranno di finanziare questo debito senza un impegno credibile per ridurlo? In Italia sembra non esserci un partito politico che abbia una visione di medio periodo, che proponga di risparmiare, soprattutto in tempi non di crisi.

È un problema di cui non si parla in campagna elettorale.

Abbiamo bisogno di più regole ma non le vogliamo. Il nostro debito si è ridotto solo grazie alla riduzione dei tassi di interesse, non a causa di decisioni politiche: quando i tassi risaliranno, rischiamo di dover implementare nuovamente misure di austerità. L’Italia tende a comportarsi sempre in questo modo: prende misure estreme solo in casi di difficoltà, e quando la situazione migliora non si pensa a fare le riforme necessarie per ammodernarne il sistema economico. È un ciclo perverso da cui l’Italia non pare capace di uscire e questa è una situazione preoccupante, che bisogna assolutamente cambiare.

 

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